Via Roma: vetrina d’arte e cultura

DSC_0034Livorno è una città che ha smarrito la propria identità culturale: molti teatri e cinema sono alienati, molti palazzi signorili e monumenti sono  stati abbandonati o soffocati dal traffico, le poche istituzioni culturali vanno avanti con l’insicurezza di non vedere il giorno dopo, i cittadini hanno dimenticato le principali tradizioni e la storia di questa città. Il solito piantagrane, penserete voi, senza torto peraltro; eppure se vi chiedessi di elencarmi tutti i centri culturali della città, scommetto che fareste fatica a individuarne un paio, anzi son abbastanza sicuro che mi chiedereste cosa intendo per centro culturale non essendo Livorno molto avvezza a realtà di questo tipo. Tuttavia, in questo deserto culturale c’è una via del centro storico che cerca ancora di figurarsi come punto di cultura e aggregazione, sto parlando di Via Roma.
Esatto, proprio qui esistono realtà che, nonostante le difficoltà, continuano a portare avanti la loro personale battaglia per offrire alternative culturali a una città che ne ha bisogno; simili ai soldati giapponesi che perseveranti e inconsapevoli della fine della seconda guerra mondiale continuarono a vivere nelle giungle delle Filippine per decenni, come se il conflitto armato non fosse mai finito. Queste tenaci e diversificate realtà somigliano a questi soldati: ognuna di esse infatti è impegnata nella propria battaglia individuale e talvolta sfocia in conflitti fra loro. Esse si trovano concentrate in appena 340 metri, meno della metà della lunghezza totale di Via Roma.  Intendo quel tratto che va dall’incrocio con Via Baciocchi fino a Piazza Attias. Ci credereste se vi dicessi che in questo breve scorcio di Livorno si trovano un teatro, una delle librerie più vecchie della città (con sede rinnovata), una scuola di scrittura e un’esposizione di opere d’arte che va dall’ ‘800 italiano (macchiaiolo e divisionista) ai grandi maestri del ‘900, fino agli artisti più innovativi dell’attualità? Aggiungeteci, poi, le due case natali di due fra i personaggi più celebri di Livorno: Amedeo Modigliani e Piero Ciampi.

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Se non li avete visti non è certo colpa vostra, nessuno ha mai fatto granché per pubblicizzarsi né vi è mai stato creato attorno un progetto organico.

Eppure ci sono – e continuano la loro lotta forse sperando che tempi migliori per la cultura non tardino troppo -, cinque gallerie d’arte: Galerie21, Galleria San Barnaba, Galleria Le Stanze Galleria Guastalla e lo Studio dell’ ‘800 
DSC_0013organizzano spesso iniziative e mostre molto interessanti, alle quali si aggiunge la Casa Museo di Amedeo Modigliani in cui la cooperativa Amaranta organizza un fitto calendario di conferenze, lezioni di storia dell’arte, e tanto altro ancora. Se della casa di Amedeo è stato musealizzato almeno il piano nobile, altrettanta fortuna non ha avuto la casa del cantautore Piero Ciampi, che situata esattamente di fronte a quella del Pittore, ospita oggi uffici e abitazioni private. A questo scenario culturale già frizzante si è aggiunto DSCF0043anche l’apertura della nuova sede della Libreria Belforte, che ospita nella sua sede l’Associazione Teatro della Cipolla, e la Scuola di scrittura Carver. Inoltre nella via c’è anche la sede locale della Confindustria che talvolta ospita esposizioni artistiche, l’ultima quella appena finita del gradevolissimo pittore Marco Sardelli. Non pensiate che questa sopravvivenza sia dovuta dalla fortuna della locazione, infatti, sempre in questo tratto di Via Roma sono chiuse molte altre realtà culturali, fra cui diverse gallerie e lo splendido cinema Metropolitan, e se poi allarghiamo lo sguardo a tutti gli altri negozi, vediamo che le attività in questa via tendono a durare poco e molte sono le serrande abbassate.
Anzi direi che la zona, seppur centralissima, soffre di evidenti problemi tra cui il degrado e l’incuria, ma quelli, si sa, sono all’ordine del giorno in città; sono invece le auto e i motorini che in questa via in particolare invadono ogni spazio: marciapiedi, parcheggi in seconda fila, ecc.. Con questa selva di mezzi, le vetrine restano coperte e soffocate e una via che già di per sé non è molto larga finisce per sembrare una sorta di strettissimo budello che tutto suscita fuorché la voglia di fare shopping. Proprio in questi tempi infiamma la discussione sulla viabilità di questa zona: l’Amministrazione ha proposto di cambiare il senso di marcia di questo tratto, e gli esercenti di Piazza Attias e di Via Roma si sono sollevati con una dichiarazione dai toni asprissimi, dichiarando la necessità di riaprire al traffico tutto questo tratto. Come se con il ritorno di ulteriori auto si risolvesse il problema che affligge i negozi. Possibile si creda davvero questo? Davvero si pensa che auto in seconda fila come in Via Grande, e veicoli che schizzano per le strade rendendo l’attraversamento un’impresa possano portare benefici? Non si capisce che se si vuole vincere la competizione dei grandi centri che propongono un’offerta variegata, che sono facilmente raggiungibili e con grandi parcheggi, non si può certo farlo in questo modo?
E allora alla poco utile (a mio avviso) proposta del Comune, e a quella assai irrazionale degli esercenti, ne avanzo una io, forse altrettanto assurda.
Perché non chiudere anche il tratto finale di Via Roma al traffico? Perché non riproporre il modello del tratto di Via Cambini che incrocia proprio con Via Roma, che dalla chiusura del traffico e l’aggiunta di panchine ed elementi d’arredo ha tratto benefici, con i suoi locali sempre pieni? DSCF0077Sfruttando anche la presenza di quei soggetti di cui abbiamo ampiamente parlato si potrebbe proporre una gradevole zona culturale dove passeggiare piacevolmente, ricca di teatri, gallerie, case natali di personaggi celebri con proposte interessanti e coordinate con gli altri soggetti; sull’esempio di altri prestigiosi quartieri artistici come Brera a Milano, Kreuzberg a Berlino, Montmatre a Parigi, Uzupis a Vilnius e molti altri. Gli esercenti di Via Roma uniti a quelli di Piazza Attias, sull’onda di questo ritrovato spirito d’unione, stavolta invece di unirsi per una proposta balzana potrebbero invece concorrere per organizzare eventi, per prendersi cura di quelle zone, che anche se interessate da recenti restauri sono continuamente vandalizzate e maltrattate. Se poi finalmente il Palazzo Santa Elisabetta (di cui parlammo qui) venisse reimpiegato per scopi culturali e inerenti all’alloggio di studenti come da testamento dell’ultima proprietaria, forse allora si potrebbe dotare la città di un centro culturale importante.
E allora finalmente abbracceremmo la battaglia di quegli ultimi giapponesi, per dare una svolta alla guerra.

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