Sott’occhio: il vernacolo livornese. Storia di un popolo sagace.

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Sott’occhio, rubrica di approfondimento culturale a cura de La civetta nana Livorno, questo mese illustra la storia del vernacolo con Beppe Orlandi, progenitore, e tutti i maggiori interpreti indimenticati. Una storia fatta di popolane livornesi che, a son di battute e di ironia, riescono a districarsi da tutti i problemi quotidiani, senza dimenticarsi dell’umiltà, della dignità e dell’altruismo. Il nostro modo di fare portato in scena che ancora oggi riscuote successo.

“Mamma! Mammaaa! Ma cosa ciài e ceci nell’orecchi?” È così che entra in scena Ucrelia, uno dei personaggi principali de “La ribotta a Montinero” interpretata da Beppe Orlandi, attore livornese che durante i suoi spettacoli più impegnati alternava apparizioni leggere e una sera, senza saperlo, dette vita alla prima scenetta del Teatro Vernacolo Livornese.

Prima di lui in diversi si erano cimentati con una letteratura in vernacolo, tra questi il librettista Giovanni Targioni Tozzetti che firmò, sotto lo pseudonimo Cangillo, numerosi sonetti e Urano Sarti (detto Pappa) che scrisse “Livorno città aperta“, romanzo interamente in vernacolo.

Ma per parlare di vero teatro in vernacolo dobbiamo aspettare quella famosa sera degli anni ’20, quando Orlandi era solito fare, al termine della serata, dei fuori programma; trovandosi a corto di repertorio tirò fuori dal cilindro e dai suoi ricordi la figura della popolana che aveva osservato e “vissuto” fin da piccolo in Piazza di Montenero, luogo dove era nato e cresciuto.
La scenetta narrava la storia dei livornesi che, aspettando di partire per la ribotta a Montenero nel mese di ottobre, si ritrovavano all’osteria in piazza per poi salire tutti insieme.
Sera dopo sera il materiale si fece sempre più copioso e, grazie all’apprezzamento degli spettatori, Beppe Orlandi con Gigi Benigni, scrittore di novelle e di poesie in vernacolo, decisero di creare un intero spettacolo  – “La ribotta di Montinero” appunto – che fu messo in scena l’8 gennaio 1929 in un teatrino della sede della Corale Giuseppe Verdi, in Via degli Uffizi de’ Grani. Quella sera nacque il Teatro Vernacolo Livornese.

Le commedie di successo aumentarono, così come i giudizi positivi, tanto che furono registrate anche su dischi; la figura della popolana, sempre in mezzo a questioni da risolvere ma sempre disposta ad aiutare gli altri, era la protagonista; il vero fulcro della scena però era il linguaggio fatto di battute fulminanti, trovate pungenti, puntando sulle cadenze, i modi di dire e facendo leva su paradossi ed allusioni senza mai scadere nella volgarità. Il ritmo era dato dai dialoghi e dai siparietti musicali allegri interpretati dai protagonisti che, rappresentando la schiettezza dello spirito livornese, con una battuta si liberavano dalla pesantezza dei problemi quotidiani.

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Gli artisti che iniziarono a gravitare intorno a questo nuovo modo di fare teatro furono molti, uno su tutti Giorgio Fontanelli, saggista, poeta e autore di testi teatrali i quali, pur partendo dai luoghi comuni dei quartieri popolari – a casa, al mercato, all’ospedale, allo stadio -, riuscirono a dare vita ad un’operazione per niente amatoriale. Il più importante fu “O porto di Livono traditore”, messa in scena di un ragionamento sulla città, sulla sua gente, sulla lingua e sulle tradizioni. Due degli interpreti più popolari furono Gino Lena e Tina Andrei. Il primo, che stravinse al gioco tv “Lascia o raddoppia” lasciando stupito anche Mike Bongiorno, portò il nostro vernacolo alla RAI di Firenze nell’ambito di una trasmissione radiofonica di spicco, dal nome “Il Grillo Canterino”, riscuotendo anche una discreta fama. La seconda, dopo un assaggio di successo – come cantante -, stroncato dalla sua etica mal vista nel mondo dello spettacolo, approdò negli anni ’60 sulle scene livornesi. Inizialmente i suoi erano ruoli secondari, dato che era usanza far interpretare i personaggi femminili da uomini che riuscivano ad accentuare maggiormente la caricatura dei loro modi di fare. Ben presto però la sua bravura scalza le vecchie convinzioni e nel 1963, quando venne rappresentato “Li sfollati” per commemorare l’appena scomparso Orlandi, le venne affidato il ruolo da protagonista della popolana.

Ancora oggi la tradizione del teatro in vernacolo non si è spenta e viene portata avanti, aggiornata in materia di temi, da due compagnie: “Il carrozzone” e “La carovana” capitanate rispettivamente da Giuseppe Pancaccini e Alessio Nencioni.
Come mai questo teatro ha riscosso tanto successo ed è tutt’ora in piedi? Perché il livornese – saranno il mare e il sole – è sempre stato ilare e riesce, al contrario di altri popoli, a ridere di se stesso, a sdrammatizzare i problemi e a cogliere il lato comico dell’esistenza, pur mantenendo una propria dignità.
Così quando andiamo a vedere uno spettacolo in vernacolo, scatta sempre la risata perché, seppure ci rendiamo conto di assistere ad una visione un po’ semplicistica del carattere livornese, al contempo riconosciamo, là su quel palco, quel modo di essere ben radicato in tutti noi e ciò ci fa sentire compresi e parte di un tutto, di un popolo dalle stesse radici. 
Così ci ritroviamo a ridere a crepapelle dei modi di dire – e di fare – talvolta geniali che i nostri antenati, nel corso del tempo, hanno concepito, per far capire sempre al meglio la situazione e andare dritti al punto: da qui nasce quella schiettezza tutta nostrana. Se il vernacolo esiste è quindi grazie al popolo livornese, perché noi tutti siamo po’ attori e un po’ poeti, inventori di battute che ci nascono così, naturalmente, che provengono dalla nostra essenza imbevuta di ponci, di salmastro e di sugo del cacciucco.

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