Lo Scoglio della Regina. Un’occasione mancata.

La cosiddetta “Riqualificazione” dello Scoglio della Regina ha generato un’ondata di critiche da parte dei Livornesi.
In questo articolo proveremo ad analizzare il progetto per riuscire a capire i motivi del malcontento e se questo è giustificato.


Prima di cominciare, vorrei precisare che questa analisi si riferisce soltanto a ciò che è visibile dall’esterno, quindi non tiene conto degli interni. Se riuscirò a dare un’occhiata ai progetti o a fare un giro all’interno, in seguito integrerò questo articolo con le relative considerazioni.

Cercherò di essere chiaro e conciso sulla mia opinione.
Non si può non ammettere che questa realizzazione è ben più che un’occasione persa di valorizzare il nostro bel lungomare. E’ un cazzotto in un occhio. Qui non c’entra il dibattito sul rapporto fra architettura antica e moderna, qui entra in gioco il normale buon gusto.

Per quanto firmato da progettisti piuttosto autorevoli, il progetto presenta delle gravi lacune. A dire la verità sembrano piuttosto delle inspiegabili ingenuità, quasi il segno di uno scarso interesse o di una progettazione sbrigativa. Senza nulla togliere alle capacità e alla professionalità degli autori del progetto, risulta però evidente che il risultato lascia un po’ a desiderare.
Proviamo a capire perché.

Mancanza di carattere

Uno degli insegnamenti che più ho apprezzato nel corso dei miei studi di architettura è che quando ci si deve relazionare con un oggetto esistente le scelte sono due: o ci si lega ad esso, prolungandolo o comunque rispettando i suoi elementi distintivi (forma, ritmo, linee, dimensioni, colori, materiali…), oppure si rompe completamente realizzando un nuovo oggetto a se stante, che possa instaurare un dialogo visivo con il vecchio, generando una qualità architettonica nuova. In ogni caso, bisogna fare una scelta e perseguirla.

Il difetto principale che trovo nello Scoglio della Regina è proprio questo: il non aver saputo scegliere.
Si è voluto creare qualcosa di diverso, ma non troppo. Moderno, ma non troppo. Legato, ma non troppo. Con le stesse tonalità di colore, ma non esattamente le stesse. Con finestre ritmate, ma non con lo stesso ritmo. E così via.

Il motivo per cui, a mio avviso, questo ampliamento non piace è che non significa nulla. Non è legato al vecchio né ha un valore suo. Non ha carattere.

Non comunica niente, se non delusione.
Fra un anno, quando quel po’ di clamore che ha generato passerà, la gente ci passerà davanti senza mai notarlo. E se ci cascherà l’occhio l’unica reazione che provocherà sarà una sconsolata scossa del capo.

Ci sono poi dei dettagli che hanno bisogno di uno sguardo un po’ più attento per essere notati e compresi (ovvio, sono dettagli!), ma sono proprio questi che danno la sensazione di un processo progettuale sbrigativo.

L’altezza

Com’è possibile aver volutamente disegnato il nuovo edificio con un’altezza che finisce a metà della falda del tetto dell’edificio accanto? Ma è elementare… o lo fai un metro più basso, arrivando alla linea di gronda, o lo fai un metro più alto, arrivando al colmo. Questo dettaglio dimostra un completo disinteresse per l’edificio adiacente. E’ una via di mezzo inconcepibile e terribilmente fastidiosa.

Il Materiale

La pietra è un bellissimo materiale. Ma non è semplice da usare. Non può essere usato tanto alla leggera. Perché si porta dietro forti significati simbolici. Specialmente nei rivestimenti degli edifici. Una parete di pietra rievoca all’istante nella nostra mente l’immagine di una fortezza, di un luogo protetto, inaccessibile. Ci sono tuttavia  molti esempi di edifici con rivestimenti in pietra ma che non danno l’impressione di chiusura, perché l’architetto ha saputo ingentilire o smorzare la durezza visiva del rivestimento in pietra. In questo caso invece no. La scansione ritmica e implacabile delle finestre, alte e strette, come le feritoie degli antichi castelli, la mancanza di altre aperture, la dura e massiccia regolarità del volume, non fanno altro che amplificare la potenza del rivestimento in pietra, comunicando una sensazione di impenetrabilità.

Non essendoci apparentemente motivi per cui un centro ricerche di potenziale rilevanza mondiale, quindi aperto a scambi con gli altri paesi, debba dare l’impressione di essere chiuso al mondo esterno, personalmente, considero un errore l’uso della pietra in abbinamento con questo disegno della facciata.

Il prospetto

A colpo d’occhio già si vede, anche senza bisogno di osservare attentamente. Il nuovo edificio non mostra apparentemente alcun legame con i due vecchi corpi di fabbrica.

Mi sono preso la briga di provare a tirare delle linee (è un metodo approssimato e sbrigativo, ma sono convinto che non mi sbaglio di molto) e mi sono accorto che in realtà è molto peggio!
Non è che il nuovo non si lega al vecchio, è che ci prova ma non ha deciso a cosa legarsi. 

Come si vede, l’edificio vecchio è composto da due parti piuttosto ben distinte.
Una più alta, a sinistra, e una più bassa, al centro.

Partendo dall’alto, l’altezza dell’edificio nuovo corrisponde alla grondaia dell’edificio più a sinistra.
La fila più alta di feritoie…pardon…di finestre del nuovo edificio corrisponde in alto con la grondaia dell’edificio centrale e in basso con la cornice marcapiano dell’edificio a sinistra.
La fila più bassa di feritoie invece corrisponde in alto con le finestre dell’edificio centrale e in basso… assolutamente con niente!

Il Ritmo

Passiamo alla scansione ritmica delle ferit… scusate, delle finestre.
Il primo edificio ha un suo ritmo di aperture, il secondo edificio ha un altro ritmo di aperture diverso dal primo, al quale nella parte bassa si aggiunge un terzo ritmo diverso delle aperture più piccole.
Ma va bene così, il vecchio edificio è stato costruito in questo modo e non è possibile modificarlo.
Cosa si poteva fare quindi?
O riprendere uno dei tre ritmi per collegarsi, oppure abolire ogni tipo di ritmo.
Magari aperture casuali, oppure grandi superfici vetrate.
No.
Viene aggiunto un altro ritmo di aperture a sé stante.
Quattro diversi ritmi in una stessa facciata.
Dal punto di vista visivo è un caos. Peggio, il caos di per sé può essere interessante, è una cacofonia.
E’ un immagine che mette in difficoltà il nostro cervello, perché sembra tutto più o meno regolare ma allo stesso tempo si intuisce inconsciamente che non lo è. E questo abbinamento di ritmi regolari ma leggermente diversi lo insospettisce, lo affatica e quindi lo repelle. Non so nemmeno come spiegarlo… spero si sia capito il concetto.

Conclusione

Ci sarebbero altri dettagli o aspetti di cui parlare, ma penso di aver sufficientemente supportato il concetto di base che volevo esprimere. Questa realizzazione è oggettivamente brutta perché contiene una miriade di ingenuità progettuali e scelte fatte con poca attenzione.

Non conosco le intenzioni progettuali dell’autore di questo edificio, ma il problema è che l’impressione che esso dà è di un edificio fine a se stesso, appiccicato arbitrariamente accanto ad un altro con il quale non sembra neanche provare ad instaurare un qualche tipo di legame visivo. Inoltre, di per sé, non presenta alcuna qualità propria, nessuno sforzo compositivo, nessuna idea architettonica. Una serie di copia-e-incolla e poco più. 


L’unico aspetto positivo che trovo in questa operazione è la riqualificazione dell’edificio antico, che è stato riportato allo stato originale con un restauro rispettoso e ben eseguito.
L’autorevolezza del progettista non costituisce garanzia della qualità dell’opera, anzi in questo caso è un’aggravante. Non potendo infatti imputare certi errori progettuali all’inesperienza o alla mancanza di capacità dell’autore, non rimane altro che imputarli a una poca attenzione al progetto, a processi di progettazione, di valutazione e di approvazione colpevolmente sbrigativi, probabilmente per riuscire a rispettare i tempi necessari per accaparrarsi i finanziamenti del P.I.U.S.S., ma consegnando alla città un centro ricerche di alto livello ingabbiato all’interno dell’ennesimo scempio della nostra bella città.

Rinnovo pertanto la mia personale esortazione alla nuova giunta cittadina per un deciso impegno in una riqualificazione architettonica della città. Fare della buona architettura non è difficile, non è necessariamente più costoso… bastano volontà e buon gusto. Ci sono moltissimi studi di architettura che realizzano cose pregevoli.

Questa città ha veramente bisogno di un po’ di buona architettura. 
Ha un potenziale enorme, dobbiamo soltanto sfruttarlo.

Questo è il mio punto di vista, ma sono curioso di conoscere il vostro…qui sotto trovate lo spazio per i commenti, fatemi sapere che ne pensate!

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