LivornoInk #1: Viaggio tra i tatuatori livornesi

Una delle prime cose che ho notato e che ho identificato come tratto caratteristico dei livornesi è l’avere almeno un tatuaggio. Piccolo, anche se raramente, gigante, tribale, realistico, oppure una scritta non ha importanza: tutti, ma proprio tutti ne hanno uno. Vuoi che sia perché si passa più tempo senza maglietta che con il maglione, vuoi perché stiamo parlando di un popolo di pirati, vuoi che ci sia un po’ di quella voglia di apparire e di contraddistinguersi, fatto sta che mi è venuta l’idea di fare un viaggio, attraverso le pagine di questo blog, nel mondo del tatuaggio livornese. Un viaggio per cercare di capire questo immenso mondo che coinvolge il 30% della popolazione italiana e che a Livorno raggiunge livelli, a parer mio, molto al di sopra della media.

E chi poteva farci da guida in questo mare di inchiostro se non i maestri del mestiere?

Nel primo appuntamento di oggi scopriamo due tatuatori, direi quasi agli antipodi: Marco Fantoni, tatuatore della vecchia guardia, tra i primi a Livorno, e Camilla Filippi  di Kinaink, vicentina e adottata da Livorno, che ha trasformato l’amore per i tatuaggi proprio lavoro.

Camilla Filippi

Il mondo dei tatuaggi è davvero immenso, per aiutarci a orientarci ci faresti un breve elenco degli stili maggiormente usati? Tu in quale stile sei specializzato?

Non è una domanda facile dal momento che gli stili, come già hai detto tu, sono veramente tanti. Diciamo che come tutte le tendenze, essendo arte, segue la moda. Ora, ad esempio, uno degli  stili che “funziona” è il  WaterColor, riproduzione su pelle dell’acquerello su carta. Non da meno in questo periodo è il Mehndi caratteristico dei disegni del Nord Africa e Asia fatti con l’henna. Uno stile che nonostante tutto resiste alle mode, grazie anche alla città pirata, galeotta e marinara quale è Livorno, è il Traditional.

Io in realtà sono molto versatile, mi piace disegnare e tatuare di tutto, il mio obiettivo è quello di soddisfare il cliente, ovviamente cercando sempre di migliorare le loro idee per arrivare ad un risultato esteticamente soddisfacente per entrambi. Anche se quello che mi piace fare di più non si può definire prettamente “stile” ma è quando il cliente si presenta da me con delle idee astratte e io le concretizzo in un disegno lasciandomi carta bianca… lì è pura soddisfazione.

Nella tua carriera ti sei mai rifiutato di fare qualche tatuaggio, sia per il soggetto che per la zona scelta?

Mi è successo di rifiutare delle richieste perché troppo “prepotenti” per la persona che avevo davanti, come per esempio una sedicenne che voleva tatuarsi il dorso delle mani come primo tatuaggio. Essendo anche mamma, le ho consigliato di scegliere insieme un soggetto e un posto più appropriato non escludendo che in futuro l’avrei accontentata. Sono dell’idea che per quanto sia un business, io abbia, come tutti i miei colleghi, la responsabilità di fare qualcosa di permanente e quindi l’obbligo di dare sempre consigli eticamente giusti anche se questo comportasse la perdita del cliente.

Secondo te, perché a Livorno praticamente tutti hanno almeno un tatuaggio?

Perchè Livorno essendo attaccata alle sue origini rispecchia nel popolo livornese questo mondo “portuale” fatto di marinai, pirati, tatuaggi e ponce. Infatti a Livorno sono tatuati tutti: giovani e anziani, senza distinzione. E come ogni tradizione che si rispetti, viene tramandata alle nuove generazioni.

Come ti è venuta l’idea del Sabato – Minishot? È una formula vincente?

I MiniShot sono un’opportunità che do ai miei clienti per soddisfare, con una cifra irrisoria, il farsi un tatuaggio e anche a me, data la grande richiesta che ho durante la giornata dell’offerta, per il guadagno che ne traggo. Anche se per quanto si creda che un piccolo tatuaggio sia più facile da eseguire di un “pezzone”, l’esecuzione è davvero minuziosa e precisa, tant’è che a volte mi maledico perché dovrei farli pagare il triplo! Ma, nonostante questo, la giornata Minishot mi dà grandi soddisfazioni sia per l’affluenza, sia per la simpatia dei mini tattoos che mi vengono chiesti.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole diventare tatuatore? C’è possibilità di lavoro su Livorno o c’è troppa concorrenza?

Sono uno dei pochi studi qui in Livorno che dà la possibilità agli stagisti di fare la pratica richiesta obbligatoriamente  dal corso, seguendo passo per passo il mio operato e non sono gelosa di svelare i segreti di questo meraviglioso lavoro perchè sono convinta che sia un lavoro basato sul talento. Mancato quello, puoi rubare tutti i segreti che vuoi ma non sarai mai un bravo tatuatore. Secondo me, se c’è il talento e la voglia di migliorarsi sempre, la concorrenza non grava su questo settore. Il consiglio che darei ad un principiante è quello di non pensare al tatuaggio solo come denaro ma come una vera e propria forma d’arte rispettando il cliente sempre in ogni sua richiesta, perché una volta usciti dallo studio sarà lui a portare per sempre il nostro disegno.

Marco Fantoni

Come hai iniziato a fare il tatuatore? È sempre stato il tuo sogno e soprattutto come si diventa tatuatori?

Ho cominciato a fare tatuaggi quando ero adolescente ed è sempre stato un qualcosa che mi ha affascinato sin da piccolo. Dobbiamo precisare che prima non c’erano studi di tatuaggi in città, il primo l’ho aperto io, quindi tutto quello che potevi sapere sui tatuaggi era molto vago e i tatuaggi che vedevi erano perlopiù fatti a mano, cioè senza l’uso della macchinetta; i tatuaggi che facevo ai miei amici fatti a mano erano più o meno in linea con i tatuaggi che si vedevano in giro. Io sono cresciuto facendo tatuaggi, ho fatto le prime macchinette in casa quando avevo sì e no 16 anni.. a 18 ho comprato le prime macchinette professionali in America. A quel punto la situazione tatuaggi in Italia era leggermente cambiata, progredita e io avevo già anche intrecciato relazioni con altri tatuatori italiani e siccome avevo realizzato che un lavoro bisogna pur farlo per vivere, mi sono chiesto perché non trasformare una passione in lavoro.

Com’è cambiato il mondo del tatuaggio a Livorno, da quando hai iniziato ad oggi?

A quel tempo non era facile diventare tatuatore. Il mondo dei tatuaggi era molto chiuso, non era per la massa e quindi anche entrarci non era semplicissimo, per non parlare delle difficoltà avute in camera di commercio per potermi far dare una sorta di licenza per tatuare. Subito mi dissero che non era previsto un mestiere del genere, ma quando feci presente che c’erano già altri studi in Italia allora ci ripensarono e mi iscrissero come incisore e decoratore di pelle. Poi nel corso degli anni si è evoluto molto e rapidamente. All’inizio andavano di moda disegni piccoli con la scusa che erano fini, ma hanno avuto vita breve, diventando una macchia incomprensibile. Allora è arrivato lo stile giapponese, del quale io sono sempre stato un sostenitore e divulgatore: a 16 anni sono stato ad Hong Kong e mi sono tatuato in studi locali ed è lì che ho visto i primi corpi pieni con dragoni, carpe, fiori… e mi sono detto che quello è il TATUAGGIO… ma che scrittine roselline e farfalline!

Quando il cliente entra nel tuo studio ha sempre le idee chiare? Lo indirizzi in qualche modo nelle sue scelte?

Ormai da decenni faccio stile giapponese e chi entra nel mio studio sa cosa chiedermi, ora vedo che vanno molto di moda i realistici. C’è stato il tempo dei maori o polinesiani, ma io faccio e facevo giapponese e senza nemmeno troppa voglia di essere un tatuatore commerciale, faccio i miei 2 clienti al giorno e via… Le mode belle o brutte se le gestiranno i principianti.

Quale consiglio daresti a un giovane che vuole diventare tatuatore? C’è possibilità di lavoro su Livorno o c’è troppa concorrenza?

Se c’è posto a Livorno per nuovi tatuatori? Per i talenti sì, ci sarà sempre posto al mondo. Per i mestieranti penso sia una scelta azzardata, calcolando che oggi se vuoi avere dei clienti devi essere in gamba, se sei nella norma c’è quello in cantina che fa concorrenza e può fare prezzi più bassi… tutti possono provare, poi il tempo darà la sua risposta. Non ci sono mosse sicure e oggi ancor meno visto che siamo nella condizione che uno pensa a chi dare i propri soldi.

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