Livorno svela il suo Nomellini


Occhio Livorno ha partecipato alla commemorazione del
150° dalla nascita del pittore Plinio Nomellini, organizzata dalla Sezione Giovani degli Amici dei Musei di Livorno, tramite i due appuntamenti di cui vi avevamo parlato. Siamo stati sia a Palazzo Granducale, sede della Provincia, giovedì 27 novembre, che a Villa Mimbelli, il sabato successivo. La riscoperta delle opere del pittore e la spiegazione di laureandi in Storia dell’arte dell’Università di Pisa ha avuto un notevole successo sulla cittadinanza, e si è creato un nucleo di persone sinceramente incuriosite dalla personalità del nostro concittadino che si è andata delineandosi durante gli incontri.


A
Palazzo Granducale abbiamo visto un Nomellini, per così dire, pubblico attraverso la ricostruzione delle esposizioni romane del 1911 delle quali in questa sede ancora si conservano tre dipinti, appunto, nella Sala Nomellini: la grande tela Il cannone dei Lupi, che fa pendant con quella ancora più grande conservata a Palazzo della Gherardesca, entrambe raffiguranti episodi risorgimentali livornesi. Qui la massa delle camicie rosse incombe sull’osservatore avvicinandosi da destra verso sinistra, in una sinfonia di toni brumosi che declinano la pittura divisionista in un significato simbolista a voler riesumare quel tanto caro a Nomellini patriottismo neorisorgimentale. Di questo ciclo sappiamo mancare la terza grande opera La partenza di Amerigo Vespucci da Livorno, sulla quale un’interrogazione parlamentare del 1993, mossa da Altero Matteoli, MSI, e sottoscritta dalla nipote dell’artista, Barbara Nomellini, chiedeva di far luce sulla collocazione di alcuni dipinti, tra cui appunto l’Amerigo Vespucci. Si suppone che l’opera sia andata perduta nel secondo dopoguerra, ma ci auspichiamo che, come spesso accade per le opere del pittore, possa venir un giorno ritrovata in un qualche scantinato istituzionale.
Sempre nella Sala Nomellini si conservano due tele di formato più piccolo, ma comunque monumentale, esposte alla Mostra Etnografica romana del 1911 che ci mostrano un sapiente uso del disegno e una rielaborazione dei modelli classici in funzione simbolista; si tratta de Libertà e Glorificazione (o Trionfo di Livorno), dipinte con toni monocromi e lasciate quasi in stato di abbozzo. La prima visita si è conclusa sotto la celebre tela Saluto alla bandiera, del 1927, che il Comune di Livorno acquistò poco dopo la sua esecuzione. Qui la materia pittorica grumosa e bruna, e il tono teneramente familiare delle due figure, madre e figlio, che presumibilmente han perso il capofamiglia nella Grande Guerra, rimandano a temi cari al Nomellini aderente al regime: il dramma della guerra è irreparabile, ma la storia della Nazione sta per essere riscritta e il passaggio dell’istituzione (che sia la bandiera, che sia il podestà, che sia Costanzo Ciano) conforta il recente passato tragico.
E così abbiamo visto alcune delle tele sopravvissute all’adattamento del Palazzo Granducale da sede scolastica a sede della Provincia, curato dall’Ing. Caldelli, a fianco di Galileo Chini e Plinio Nomellini tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta. Purtroppo l’edificio così come lo vediamo noi oggi è una ricostruzione del dopoguerra, visto che andò distrutto durante i bombardamenti del ’43, e, dell’opera di Chini, ad esempio, non ci rimane che qualche fotografia in riviste dell’epoca.
Sabato 29, a Villa Mimbelli, la partecipazione del pubblico è stata maggiore, il gruppo di interessati si è arricchito infatti dopo la prima visita. Dopo un nuovo accenno alla biografia dell’artista, il percorso ha avuto inizio nella sala dedicata al pittore al secondo piano del museo. Qui abbiamo avuto modo di rintracciare il Nomellini della scuola fattoriana (ricordiamo che frequentò il Regio Istituto di Belle Arti, dove studiò con Giovanni Fattori, del quale peraltro divenne amico) come il piccolo ritratto di ciociaro, il primo capolavoro presentato alla Promotrice di Firenze del 1888, Il fienaiolo. Quest’opera, per volere di Signorini che la indicò a Boldini allora a Parigi, arrivò nella capitale francese dove venne esposta alla celebre Esposizione Universale del 1889 e acquistò a Nomellini il favore presso uno dei mercanti più influenti dell’epoca, Berhneim – Jeune (abbiamo la corrispondenza tra il pittore e quest’ultimo). Se alcune tele di Nomellini arrivarono in Francia, non possiamo dire con certezza che altrettanto fece il pittore stesso: a tutt’oggi infatti i dubbi sul presunto viaggio a Parigi non sono ancora risolti. Il fienaiolo è una sorta di spartiacque nella pittura di Nomellini, perché se nell’impostazione del paesaggio e nel soggetto accarezza ancora la macchia, nella pennellata filamentosa, nella posizione centrale e prominente del protagonista e nello studio della luce accoglie la pittura impressionista che, sicuramente, Diego Martelli contribuì a fargli conoscere nel suo soggiorno a Firenze.






Al Museo Fattori si conservano anche altri ritratti,
La Spagnola, Ritratto di Arturo Conti e Autoritratto che introducono l’introspezione psicologica dei personaggi ricreata con pennellate fluide e celeri, e con note cromatiche che aggiungono un tocco personale del pittore al tema del ritratto. Atipico è il formato dell’Autoritratto, orizzontale, dove appare un Nomellini con espressione superomistica e coinvolta alla D’Annunzio (ricordiamo le frequentazioni tra il pittore e lo scrittore in Versilia). Non possono mancare in questa rassegna le opere impegnate, e il tema tanto caro che abbiamo ritrovato in Provincia: un piccolo quadretto, dalla pennellata spontanea e dalle cromie accese e pure, che mostra uno studio per Lo scoglio di Quarto, e la grande e celebre tela, presentata all’Internazionale di Venezia nel 1907, per la Sala dell’Arte del Sogno che Nomellini contribuì ad allestire con Previati e de Albertis, e comprata dall’amico Mascagni: Garibaldi. Qui si ripropone la massa indistinta dei Garibaldini, voce di un popolo di speranza, che risponde alla levata del trombettiere, per il quale posò Lorenzo Viani (disegni preparatori si conservano nel Museo), ma che sembra più che altro annunciare al pubblico e alla storia la figura che nobile e possente si staglia sulla destra: Garibaldi è a cavallo, circondato da un’aurea maestosa, pensieroso, eterno. Non mancano in questa sala altri temi prediletti del pittore, più intimi e personali, come una Marina all’elba e una Mareggiata, studio della natura che tanto amava e indagava, e che ci mostrano un divisionismo rivisitato con reminiscenze fauves e dai colori espressionisti. Il percorso si è concluso al primo piano, con la grande tela Incipit nova aetas, del 1924 e presentata alla Biennale di quell’anno, che raffigura la venuta delle camicie nere sotto Palazzo Vecchio a Firenze. Qui l’escamotage del bozzettone è usato per un tripudio di colori musicali, fiabeschi e iridescenti, che lasciano alla storia una visione lirica e gioiosa dell’evento: segno inequivocabile della speranza riposta nel regime dal pittore: Nomellini infatti fu un uomo del proprio tempo, ed è forse questo che ha contribuito al suo declino nel dopoguerra, fino alla sua riscoperta nella mostra di Ragghianti nel 1966 alla Strozzina e a Villa Fabbricotti.

Occhio Livorno si complimenta con i ragazzi che hanno organizzato l’evento, visto anche l’entusiasmo mostrato dai partecipanti e l’intervento – a sorpresa – di Telegranducato al Museo Fattori. Nell’occasione gli organizzatori hanno avuto modo di incontrare anche l’Assessore alla cultura del Comune di Livorno, Francesco Belais, che si è congratulato per l’iniziativa.
Anche la redazione di Occhio Livorno rinnova l’entusiasmo per gli eventi della Sezione Giovani degli Amici dei Musei e Monumenti Livornesi: finalmente sembra che qualcosa sia stia muovendo nella direzione intrapresa dalla già citata mostra a Villa Fabbricotti, anche se (purtroppo) dopo un tempo così lungo. Forse sono soltanto i primi passi verso il doveroso riconoscimento di un artista che ingiustamente è stato messo da parte nel corso dei decenni dalla propria città, ma che nondimeno proprio al suo territorio può donare lustro e interesse. Ci auguriamo dunque che questo sia un primo passo affinché Plinio Nomellini “torni a casa” con tanto di benvenuto, e le premesse non possono essere che buone.

Elisabetta Malvaldi

 

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