Livorno fra antico e moderno

Negli ultimi tempi Livorno ha cominciato un processo di rinnovamento architettonico e i livornesi si sono confrontati sui progetti di alcuni nuovi edifici che andranno ad inserirsi nella loro vita quotidiana. Alcuni già costruiti, come lo Scoglio della Regina, altri ancora sulla carta, come lo Chalet della Rotonda d’Ardenza, altri in corso d’opera come la Dogana d’acqua. E sui social network la città ha cominciato a parlare di architettura. In particolare, del rapporto fra architettura “antica” e edifici moderni. Ovvero, come si risolve il problema di dover affiancare un edificio di nuova costruzione ad uno di cento o più anni fa?



In effetti questo è un problema che generazioni di architetti e critici di architettura hanno affrontato in passato e tutt’ora se ne discute. Il fatto è che da due secoli a questa parte nella nostra cultura è avvenuto un cambiamento radicale nel modo di porsi rispetto a un monumento o architettura storica, fino al ‘700 gli artisti/architetti si comportavano in assoluta spontaneità e libertà quando dovevano intervenire su edifici già esistenti, senza porsi più di tanto il problema della conservazione.

Ad ogni modo, attualmente l’orientamento prevalente è quello di perseguire l’onestà storica, ovvero di non progettare un nuovo edificio nello stesso stile di quello antico, creando di fatto un falso. L’edificio di nuova costruzione deve essere attuale e appartenere alla sua epoca, deve essere sincero. 

Bruno Zevi, uno dei più illustri critici di architettura italiani, scrisse:

“L’architettura moderna deve essere francamente moderna, e non antica mascherata da moderna: deve puntare sulla creazione di un panorama nuovo, in larga misura antitetico a quello antico. […]Nel proporci il problema dell’incontro tra antico e nuovo non basta preoccuparsi di salvare l’antico; occorre anche difendere il nuovo. Le due operazioni sono culturalmente connesse; riconoscendo che i valori espressivi del nuovo non si conciliano con l’antico, quando decideremo di proteggere l’antico lo faremo con assoluta coerenza; quando ammetteremo l’incontro saremo coscienti di creare nuovi valori in dialogo, per contrasto, col tessuto antico. In ogni caso, eviteremo l’imbroglio, il ‘classico modernizzato’, o il ‘moderno ambientato’, ovvero tutti quei compromessi attraverso i quali offendiamo il passato ed il presente.”

“L’architettura moderna deve essere francamente moderna, e non antica mascherata da moderna: deve puntare sulla creazione di un panorama nuovo, in larga misura antitetico a quello antico. […] Nel proporci il problema dell’incontro tra antico e nuovo non basta preoccuparsi di salvare l’antico; occorre anche difendere il nuovo. Le due operazioni sono culturalmente connesse; riconoscendo che i valori espressivi del nuovo non si conciliano con l’antico, quando decideremo di proteggere l’antico lo faremo con assoluta coerenza; quando ammetteremo l’incontro, saremo coscienti di creare nuovi valori in dialogo, per contrasto, col tessuto antico. In ogni caso, eviteremo l’imbroglio, il «classico modernizzato» o il «moderno ambientato», insomma tutti quei compromessi attraverso i quali offendiamo il passato ed il presente“ (Bruno Zevi

Fra tre o quattrocento anni i nostri pro-pro-pronipoti visitando la nostra bella città, avranno così la possibilità di capire come si faceva architettura negli anni ’10 del XXI secolo. 

Foto da www.http://lavecchialivorno.blogspot.it

Come noi guardiamo la Stazione Centrale o le Terme del Corallo e ci immaginiamo i nostri bisnonni vestiti con costumi interi a righe orizzontali e i baffoni che fanno il bagno alle terme o le nostre bisnonne con grandi gonne, ombrellino e bellissimi cappelli a tesa larga attendere un treno a vapore sulle banchine della stazione, i nostri nipoti dovranno poter guardare lo chalet della Rotonda d’Ardenza e immaginarsi noi, che sorseggiamo un cappuccino al jinseng, mentre scriviamo un articolo su un blog con il nostro tablet, collegato al wi-fi libero di un locale moderno e luminoso che affianca uno chalet d’epoca opportunamente e rispettosamente restaurato. 


L’architettura deve rappresentare l’epoca in cui è stata realizzata, non scimmiottare un’epoca a cui non appartiene. Allo stesso tempo, l’edificio antico deve essere rispettato e adeguatamente restaurato.


La piramide del Louvre, di L.M. Pei

Detto questo, rimane da scegliere se il nuovo edificio debba comunque legarsi stilisticamente con quello antico, rispettandone e attualizzandone le linee, le altezze, i colori e gli elementi fondamentali, oppure operare per contrasto, affiancando due edifici nettamente diversi, ma facendo attenzione ad avere la sensibilità progettuale di creare un contrasto armonico. Gli esempi di entrambe le soluzioni sono innumerevoli nell’architettura moderna, ma forse l’esempio più famoso é la piramide di vetro nel cortile settecentesco del Louvre. 


Infine, resta comunque il problema del gusto. La bellezza di un’architettura è, come per le opere d’arte, soggettiva. Anche i capolavori indiscussi possono piacere e non piacere. E lo stesso vale per l’architettura. E a questo semplicemente non c’è rimedio, a qualcuno piacerà e a qualcuno no. Pazienza. Certo, ci sono casi di edifici palesemente brutti e inadeguati, anche se moderni, e edifici che chiunque considera belli. Il gusto personale non si discute.

Il Museo Guggenheim di Frank Gerhy a Bilbao
Molte città europee hanno intrapreso la strada del radicale rinnovamento architettonico, investendo molto sull’architettura e gli artisti moderni per rinnovare la propria immagine e rilanciare la propria economia. Il primo e più esemplare caso è quello di Bilbao, una città portuale e industriale spagnola che nel pieno di una profonda crisi decise di trasformarsi completamente affidando il traino della propria ripresa economica all’architettura moderna, inserendosi in quel ristretto novero di città capaci di reggere la competizione internazionale in termini di visibilità, attrattività, accoglienza e protezione di investimenti e capitali.
L’Architettura, quella con la A maiuscola, costituirebbe un immenso valore aggiunto per Livorno. Muoverebbe il turismo, l’economia e migliorerebbe l’immagine della città, ne aumenterebbe la bellezza e la funzionalità.
Voglio quindi chiudere con un’esortazione all’amministrazione comunale e a chiunque si trovi a costruire o progettare un nuovo edificio: non abbiate timore della modernità. Osate. Troppo a lungo a Livorno  si è costruito in maniera anonima e senza carattere. Senza dare spazio a veri artisti o stando troppo attenti a non scontentare nessuno. E come risultato ci ritroviamo una città che non si piace e che non fa nulla per piacere, che può offrire ai turisti solo edifici e monumenti di più di un secolo fa (e la maggior parte in degrado), senza mai un tentativo di portarsi al passo con i tempi. 
Fra le tante cose che il nuovo sindaco avrà la possibilità di fare, favorire un risveglio architettonico della città é una delle strade che più di altre potrà portare a ricadute positive su Livorno a innumerevoli livelli. E contribuirebbe a lasciare nella nostra città il segno del nostro presente, per noi e per tutte le generazioni a venire.

Modnar

0 Comment

  • Giusto Fabiano! Ma lo sa che, oltre alle cose che ha giustamente detto lei, il Buontalenti dispose le vie all'interno del Pentagono (ovvero l'attuale centro storico, all'interno dei fossi) in modo che nei giorni di libeccio il vento potesse dare meno fastidio possibile agli abitanti?
    Per quanto riguarda il fatto che nell'architettura moderna si sia perso il rispetto per il luogo, le sue geometrie e i suoi simbolismi, non è del tutto vero...o meglio, non sempre...certo, a volte l'ego di un'architetto prende il sopravvento, ma da ex-studente di architettura le assicuro che i professori (almeno a Firenze) insistono molto sullo studio, la comprensione e il rispetto delle preesistenze. E tante grandi architetture moderne spesso sembrano non rispettare il luogo perché sono costruite in non-luoghi...periferie, zone industriali abbandonate, ecc...Quello che credo sia il vero problema di Livorno è che quei tentativi di costruire in stile contemporaneo devono sempre fare i conti con tanti "lacci e lacciuoli" che alla fine portano i committenti ad affidarsi a progettisti che lavorano più "di mestiere" che "di fantasia". E questo ci porta a architetture di "Falso-Contemporaneo", che limitano al minimo i problemi ma che non aggiungono niente alla storia dell'architettura livornese.
  • Anonimo
    Ho grossissimi dubbi in merito.
    Si vive la situazione come una sorta di scontro tra antico e moderno, dove chi predilige il primo farebbe una sorta di resistenza fisiologica dovuta ad una specie di "timore del nuovo".
    Ritengo del tutto scorretto questo punto di vista e cercherò di spiegarne il perché. Livorno, come molte città nate prima degli ultimi 2 secoli, non è solo un ammasso di costruzioni messe là come venivano secondo lo "stile" dell'epoca. Livorno è nata in un'era dove ancora i significati avevano importanza superiore a tutto il resto. Un'era in cui le simbologie non erano assenti, opzionali o tirate a caso a seconda dell'estro dell'archistar di turno. Tutto aveva un senso geometrico, e la geometria non era solo un vizio formale, ma il punto di contatto con un mondo superiore a quello materiale.
    All'occhio per così dire profano, non possono comunque sfuggire i caratteri più evidenti e generali di questa mentalità: il centro cittadino nella forma di un pentagono, strade non disordinate ma ben ordinate all'interno di tale pentagono, l'edificio religioso di maggior rilevanza (Duomo) posizionato al centro, vertice di tale pentagono orientato di proposito verso il Santuario di Montenero, dal quale dista non casualmente 7 esatti chilometri.
    In un tale contesto, ogni volta che vi si inserisce un elemento architettonico moderno, quasi sicuramente quel che si produce è percepito dalla città più come una cicatrice che come un miglioramento. Tanto più che è ben noto che nell'architettura moderna si è completamente perso il senso e l'importanza delle simbologie geometriche, che quando non sono del tutto assenti sono inventate di sana pianta a proprio uso e consumo dall'architetto e dal suo "estro" (leggasi capriccio).
    Alla fine arriva l'ignorante, guarda, e vede uno sgorbio senza senso in mezzo ad architettura bellissima e sensata. E, sorprendentemente, ha ragione.

    Fabiano
  • È confortante ogni tanto trovarsi d'accordo con qualcuno in un mondo che vive di polemica. Condivido in modo particolare la seconda parte del suo intervento: per architettura con l'A maiuscola non intendevo certo, o almeno non solo, quella delle archistar,
  • Perfettamente d'accordo con lei (fra l'altro, amo la copertura della Great Court)...ho scritto questo articolo soprattutto per esortare chi ha la possibilità di costruire nuovi edifici o ampliamenti di edifici antichi a non farsi intrappolare nell'eccessivo rispetto del vecchio, che pur ci deve essere, ma a rendersi conto della responsabilità che hanno nei confronti della storia. Un nuovo edificio, specialmente se pubblico, specialmente se connesso a un'architettura storica, non è soltanto un investimento economico o un progetto funzionale...è un segno indelebile impresso nella storia di una città. Chi ha la possibilità di costruire o di ristrutturare, nonché chi ha il compito di amministrare una città, deve rendersi conto di avere fra le mani un'occasione unica...non la può sprecare realizzando un edificio in un modernismo anonimo, solo per un vago rispetto dell'antico o per cercare di ricevere meno critiche possibili.
    Non è necessario spendere milioni per assoldare architetti di fama internazionale (anche se qualche opera del genere darebbe lustro alla città...qui c'è tutto un mondo di discussioni sulle archistar, ma funziona esattamente come la moda...il marchio dell'autore conta eccome), ci sono una miriade di giovani studi di architetti che hanno una visione dell'architettura moderna, un gusto e una fantasia incredibili e che sicuramente sono più a buon mercato dei vari Piano, Fuksas, Foster & co.
    Per fare Architettura con la A maiuscola non servono necessariamente tanti soldi, ma coraggio, visione e volontà.
  • Per quanto mi riguarda non ho affatto paura della modernità, che apprezzo moltissimo anche nei casi in cui si aggiunge all'antico. La piramide di Pei ha una sua funzionalità nel progetto di raccordo della varie parti del Louvre: abbiamo esempi simili con la copertura della Great Court del British Museum e con la Sainsbury Wing della National Gallery, entrambe a Londra.
    Il problema è che quasi tutto quello che è citato nell'articolo riguardo a Livorno non è affatto architettura con l'A maiuscola ed è facile anche per i non addetti ai lavori riconoscerne la mancanza di qualità. Non sempre nuovo equivale a bello: c'erano senza dubbio modi migliori di modernizzare queste strutture. Modi forse anche meno rispettosi dell'esistente e magari più originali: questo sarebbe stato davvero osare.
    Per restare in zona, vogliamo ricordarci delle modernissime quanto strampalate baracchine sul viale Italia?

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