Lettera alla Repubblica dei Villani: il ponte di marmo simbolo di uguaglianza

Gentili associati, da tempo si legge sui giornali locali e sui social del vostro impegno, completamene gratuito, per valorizzare quello che è sicuramente uno dei simboli di Livorno: la Statua del Villano. Ultimata nel 1956 dagli scultori Vitaliano De Angelis e Giulio Guiggi, la statua oggi in largo Fratelli Rossi è stata rifatta in epoca recente per rimpiazzarne una molto più antica collocata vicino al bastione della Fortezza, andata persa secoli fa. La statua originale, infatti, rappresentante un giovane con un cappello di paglia e un bastone, fu commissionata dalla famiglia regnante dei Medici allo scultore Romolo del Tadda per commemorare la vittoria dei livornesi e dei fiorentini contro le truppe dell'imperatore Massimiliano d'Asburgo. Vi è però più di un dubbio sul reale contributo in battaglia dei livornesi, probabilmente la storia è stata ulteriormente mitizzata durante l’Ottocento e il Risorgimento. Quella del 1956 per la verità è il terzo esemplare, ne era stato realizzato uno nel 1906 da Lorenzo Gori, lo stesso autore di tanti monumenti cittadini, fra cui il monumento di Guerrazzi, inaugurato al pubblico ma dopo poco ricollocato al chiuso, nella sede del Partito Repubblicano, dove probabilmente finisce distrutto in una delle tante incursioni di qualche squadraccia fascista.

Non c'è quindi dubbio che la statua rappresenti e commemori un momento importante della storia Livornese: l'assedio al suo castello e i primi passi di quella che sembra essere una coscienza di cittadinanza e di comunità, magari il tutto impreziosito anche dal destino della seconda statua distrutta dalla ferocia fascista e condividendo pertanto il destino di altri simboli sgraditi al potere. Non concordo invece sulla lettura che se ne vuole dare ultimamente: il villano non è un simbolo di riscatto popolare, non è vessillo di uguaglianza e di fratellanza fra popoli, non è il riscatto delle classi umili su signori e regnanti. No, il Villano rappresenta colui che si fa trovare pronto e fedele al potere costituito, non a caso è rappresentato un cane, la cui iconografia è facile e intuitiva, la fedeltà. Inoltre, nella statua originale il Villano è rappresentato senza tratti eroici o bellicosi; la fedeltà riecheggia anche nel motto Fides. I livornesi erano accanto alle truppe dei Medici, che per quanto fautori di un vivace clima culturale e intellettuale, son ben lontani da poter essere ricordati come gente del popolo, con i piedi invece saldi fra giochi di potere, norme liberticide e soppressioni di moti popolari. Se ne distorce chiaramente il significato, come si è evito anche dalla conferenza organizzata dalla vostra associazione a giugno dell’anno scorso in Fortezza Vecchia.
Si può e si deve valorizzare un monumento di cui non si condividono gli ideali promulgati o i fini per cui è stato realizzato, e lo si fa in virtù del suo valore di testimonianza storica, oltre che artistica, ma non se ne deve strumentalizzare la storia o mistificarla (lo hanno sempre fatto i regimi totalitari, il Fascismo con il mito dell'Impero Romano, ad esempio). E allora, senza alcun intento provocatorio, ma anzi credendo fermamente che il vostro contributo e impegno siano assolutamente lodevoli, vi chiedo di leggere queste parole che seguono e magari di prenderle in considerazione.

Perché invece di promuovere una campagna per il Villano, simbolo del potere, non ci impegniamo invece per il Ponte di Marmo di Via Borra, che a mio avviso rappresenta meglio gli ideali di eguaglianza e solidarietà fra poveri cristi? Qui l'ultimo e il più umile fra i facchini del porto poteva ambire ad avere il proprio nome inciso e commemorato dopo la morte, sul marmo per giunta, il più nobile dei materiali. Nella via Borra, via di ricchi e ambasciate, dove lusso e sfarzo si sprecavano negli interni (ma anche in talune facciate) dei signorili palazzi, teatri di feste sfarzose e ostello per i soggiorni in città di nobili, aristocratici, e perfino principi e regnanti. A pochi metri dove una targa sempre di marmo ricorda il soggiorno del Principe di Danimarca Cristiano Federico, a poca distanza da dove Cristina di Svezia si affacciava per farsi ammirare dal popolo e che ricambiava le lodi gettando monete d'oro in strada, si trova un cenotafio ai figli della Venezia, come lo definì Angelica Palli Bartolommei.
Le incisioni sul ponte vecchie di secoli, stratificate nel tempo ricordano il facchino, il barcaiolo, il mozzo immortalati come eroi, e proprio come eroi omerici si ricordano i soprannomi più che i nomi, per cui invece di Francesco Brandi e Andrea Andreoni, si legge “Asso” e “Succhiariso". 
Veri eroi del popolo ricordati non per privilegio di nascita, ma per l'amore e l'affetto ottenuti facendo parte di una comunità, non primo fra i pari.
Mai veramente protetto e conservato, ma dimenticato e oltraggiato, dalla noncuranza di cittadini che vi lasciano arrugginire biciclette a contatto; vandalizzato da scritte, danneggiamenti, e dall'incessante logorio del tempo e dei fenomeni atmosferici, giorno dopo giorno diventa sempre più illeggibile, sempre più lontano e dimenticato. La lavagna sta tornando bianca.

E allora, vista la noncuranza delle Amministrazioni, o di altri organi predisposti alla tutela dei beni culturali, il vostro impegno potrebbe essere fondamentale per salvaguardare un lascito tanto importante della nostra storia, per ridestare l'attenzione della città verso uno dei suoi monumenti peculiari.
Vi siete già dimostrati sensibili e interessati verso la necessità di valorizzare il nostro patrimonio artistico e culturale, riuscendo a mobilitare una grande ed entusiastica partecipazione dal basso, coinvolgendo ampi strati della popolazione. Vi chiedo pertanto di valutare l'eventualità di promuovere il vostro impegno verso una causa che rispecchia veramente il valore di uguaglianza e fratellanza della sinistra, in maniera (a mio avviso) ben più calzante del Villano, che certamente è un simbolo dell'orgoglio civico, ma pur sempre un simbolo del potere costituito, un omaggio ai Medici come si trova in tutte le città della Toscana, un governo lontano ben poco sensibile alle condizioni di vita delle classi più umili. Il ponte è invece un cenotafio del popolo, un omaggio agli eroi scelti e non quelli calati dall'alto. E allora perché non sollecitare una mobilitazione popolare per salvaguardare quanto rimane, uno studio e magari qualche intervento conservativo, così da salvare il memoriale della Venezia?
P.S. In merito alle polemiche scoppiate sulla pagina Facebook dopo la pubblicazione dell'articolo, volevo rettificare e scusarmi del grossolano errore: come mi è stato fatto notare, durante l'assedio di Livorno i Medici erano stati scacciati e a Firenze era stato dichiarata la Repubblica. Di questo mi scuso, anche perché oltretutto è divenuto un pretesto formidabile per ignorare il contenuto della proposta. Fermo restando che è mia discutibile opinione che quanto espresso rimanga valido, poiché la statua è stata comunque commissionata e voluta dai Medici, e tale evento resta sempre un atto di fedeltà verso Firenze. 

Inoltre sono stati tolti i nomi dei tre studiosi presenti alla conferenza, poiché mi è stato fatto notare che solo uno di questi si è espresso sul valore politico dell'opera, a differenza di quanto precedentemente detto.

Jacopo S.