Il tuo dovere reale è salvare il tuo sogno


Novantasette anni fa si spegneva Amedeo Modigliani, noi di Occhio Livorno vogliamo ricordarlo e celebrarlo attraverso le parole della nostra Elisabetta.
La linea, pura, semplice, formale. Etimologicamente formale: che disegna la forma, il pieno, la carne. La linea che dipinge l’espressione degli occhi, la mandorla, la fissità cieca di uno sguardo. Una linea che, con le parole di Jean Cocteau, definendo le forme corrisponde alla linea interiore dell’artista. E poi il colore: caldo, terrigno, di interni. Un colore che accenna le ombre, ricalca la linea, la riempie, ne è il completamento. Azzurro opaco, verde sfumato, nero avorio. Il supporto semplice: la tela, il foglio di carta.
Un unico soggetto, ripetuto infinite volte, studiato, indagato, senza il curarsi della provenienza sociale, i vizi e le virtù del singolo, in un continuo unicum fra i tavoli dei cafè, i boulevards, i circhi: l’uomo o, meglio, la carne della sua carne, la definizione totale dell’esistenza, della nascita e, per beffa del destino di chi stiamo per annunciare, della morte.
Di fronte a un disegno di Amedeo Modigliani le luci si spengono, il silenzio si cristallizza, e novantasette anni dopo la fine in un letto dell’ospedale de la Charité di Parigi, il fascino della sua opera resta immutabile. Modigliani muore a trentacinque anni, malato fin dall’infanzia, di meningite tubercolare un freddo sabato di gennaio del 1920. La letteratura ci restituisce la figura di un uomo bello, mediterraneo, elegante pur nell’atroce povertà, immerso in una bohème più idealmente romantica di quanto fosse in verità, assuefatto da hashish e alcool a buon mercato. Chi più di lui avrebbe potuto incarnare l’artista maledetto, lui, Modì maudit, nato in via Roma di una città che ti appiccica addosso il salmastro, incrocio di razze, cuore ebraico italiano?
Le sue opere, i suoi ritratti, l’aura di malinconia che comunemente e per assenso generale evocano, confermano nell’immaginario collettivo quella figura di eroe romantico e incompreso, melanconico appunto, che si associa alla sua biografia. Tuttavia, le speculazioni sulla vita degli artisti lasciano spesso il tempo che trovano, per quanto, soprattutto in età contemporanea, i dati biografici siano determinanti per ricostruire il percorso di un artista. Il percorso, appunto, la sua maturazione scientifica, l’evoluzione concettuale e tipologica dell’opera, l’osmosi avvenuta tramite la misurazione e lo studio con altri artisti, altre opere. Non l’indole, non le fantasie romantiche dell’artista che tira fuori dal cappello magico il capolavoro ma solo se ha fortuna perché si perde tra i fumi degli stupefacenti e lo scorrere dell’alcool, ma, come ci suggerisce il Claude Lantier di Zola, la comprensione dell’artista poeta, produttore, costruttore, ingegnere della propria opera (ποιέω dal quale deriva poeta, in greco significa fare, costruire, produrre qualcosa, appunto).
Per ricordare Modigliani credo, dunque, sia necessario spogliare le sue opere da quell’aura di fantasmagorica leggenda che avvolge il suo creatore, e provare a conoscere Amedeo attraverso i suoi occhi e le sue mani.
L’uomo come oggetto di studio, senza la distrazione dei particolari, del collocamento spazio temporale, solo un mezzo busto, una mano accennata, un cappellino per definire la psicologia intima del personaggio raffigurato, un tavolo per il bilanciamento della composizione, ma comunque l’uomo che diviene universo da indagare. È un’indagine che si serve del disegno, della pura linea, con un occhio ai senesi trecenteschi e ai maestri rinascimentali e l’altro alla sinuosità di Ingres, una ieraticità tutta egiziana con sfumature africane, un nucleo comune a tutte le elaborazioni del passato classico che si traduce e declina in funzione dell’essenzialità, necessaria e indispensabile per fissare l’universo uomo.
Ed è per questo che forse Modì incontra tanta fortuna tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Laddove la linea suggerisce un decorativismo elementare, come poteva appartenere a Matisse, nei dipinti di Modigliani i soggetti chiedono attenzione, fissità, riflessione. Una riflessione che ha sempre accompagnato il loro autore nella propria carriera, la cui eredità, mi auguro, possa essere indagata anche nel presente perché se ne sente il bisogno. L’attenzione per il singolo come spunto di riflessione per l’universale che scaturisce dall’intimità dell’animo che lo lega agli altri. Forse oggi manca questo: cercare di capire l’uomo.


Non solo Livorno ti ringrazia Modigliani. Manchi oggi più che mai. 


E. Malvaldi
 
*da una lettera a Oscar Ghiglia.

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