Fupete, artista a quattro mani

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Pirate, acrilico su tela, collezione 
privata, Parigi.

La storia di Livorno è costellata di grandi artisti e questo è un dato di fatto. Ma se i grandi artisti livornesi del Novecento vengono ricordati e ammirati, poco si sa e si è fatto per l’arte contemporanea.  Livorno ha dato i natali anche ad un grande artista che realizzò nel 2010 un’opera presso il Pac180, il Parco d’arte contemporanea del centro Basaglia; un artista poliedrico, performer, organizzatore di eventi, illustratore, grafico, noto al pubblico con il nome di Fupete, raccontato attraverso un’intervista doppia a Daniele Tabellini e Erika Gabbani.


Ci racconti chi è, e come è nato Fupete? Qual è il percorso fatto fino ad oggi?
Daniele: Fupete è un artista a due teste quattro mani quattro occhi e due ombelichi, è un gigante con un piede a Livorno e l’altro a Crespina nelle colline pisane. È il nome, inventato da un bambino, con cui io ed Erika firmiamo il nostro lavoro. All’anagrafe ha circa 40 anni, è nato esattamente una settimana prima che gli ultimi americani lasciassero Saigon. O forse è nato un anno e mezzo dopo, quando i Sex Pistols cantavano Anarchy in the U.K. Il percorso? Nascere, illudersi, crescere, illudere, concepire, creare, disfare, morire. Oggi siamo tra concepire e creare.
Erika: Cioè? Vorresti dire che tra poco si muore?

In un’intervista hai dichiarato che una delle tue tanti fonti di ispirazione è Amedeo Modigliani, di cui questo blog si è occupato più volte, cosa rappresenta per te la sua arte?
D: Guarda il segno di Amedeo. È talmente pieno di forza e di maledetta ironia. È come stare in spiaggia ad osservare la tempesta. Ti si rizzano i peli. I suoi colli lunghi sono il sublime che ti porta al limite del sentire. E fai il viaggio ridendo.
E: Modigliani mi ricorda il mercato di Tepito a Città del Messico. Abbiamo comprato una marea di monografie. Per la prima volta ce le potevamo permettere. È il mercato nero, i prezzi erano veramente bassi!

Pensi che sia valorizzato nella sua città natale?
D: Non credo alle città e ai babbi natali da molto tempo.
E: Ad esempio un Museo su Modigliani non sarebbe una brutta idea…

Quali sono gli altri modelli artistici?
E: Più che di modelli parlerei di realtà, artisti od opere che ci ispirano, ci fanno sognare e vedere oltre: Ernesto Neto, JR, Christo e Jeanne-Claude, Greyworld, Frida Kahlo e Diego Rivera, Antoni Tàpies, Joan Miró, Picasso, Marina Abramović, Tony Orrico, Danijel Zezelj, Moebius, Dr. Alderete, Miguel Covarrubias, Jim Jarmusch, Alejandro Jodorowsky, Frank Herbert e Dune, Hugo Pratt e Corto Maltese, Gipi, LRNZ, i film di Hayao Miyazaki… e molti altri ancora.
D: Contribuisco all’impossibile elenco con John Maeda, Boris Hoppek, Sebastião Salgado, Alberto Giacometti, Wim Wenders, Golan Levine, Zach Lieberman, Ben Fry, Casey Reas, Kozyndan… siamo all’incipit, e poi mancano i musicisti, i teatranti, gli scrittori, gli amici…

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Infinito Teso, work in progress 
dell’installazione,
 MIS, Museo dell’immagine e del suono, 
San Paolo, Brasile
Com’è nato Nasonero e di cosa si occupa?
E: Per vari anni ci siamo appoggiati per le commissioni di lavoro alla partita iva di Daniele e alle associazioni culturali che curavo. Alla fine del 2008 in piena “crisi economica” abbiamo deciso di fare un cambio, fondare una nostra piccola impresa. È nata così l’associazione professionale, il nostro studio associato. Nasonero si occupa di direzione artistica e progetto grafico, di gestire, curare e organizzare mostre, festival e le commesse di illustrazione.
Il nome nasce da un sogno, ma questo ve lo racconta Daniele, e da parecchi giorni passati a spaccarci il cervello per trovarlo.
D: Il nome è il naso nero di un aereo enorme che scende dal Monte Serra in volo radente sulle baracche dove stiamo festeggiando… ok ho sogni strani, li disegno e li uso per sceglier nomi. Tanto assurdo?

Qual è il rapporto tra Nasonero e Fupete?
E: La duplicità ci caratterizza. Siamo in due e abbiamo due nomi. Forse da fuori sembra pazzesco e a volte anche noi non ci capiamo niente, però ha un senso, ve lo giuro! Entrambi siamo Nasonero, entrambi siamo Fupete. Non vi ho chiarito la situazione… Nasonero, come vi spiegavo prima, è il nome del nostro studio, che si occupa di varie cose, produce spesso le nostre mostre e viaggi, le nostre attività artistiche e le divulga. Fupete invece è il nostro nome d’arte, ci firmiamo le performance, quadri, installazioni e tutto quello che facciamo come artisti. In ognuno di noi convivono due anime, più o meno, o forse anche più! In tutto quello che facciamo come Fupete mettiamo dentro il nostro background di curatori, grafici, organizzatori, insieme all’aspetto di creazione di concetti, idee, ricerche.
D: Sì, è un caos. Sì, è anche divertente come sembra.

Per assecondare la vostra passione e il vostro lavoro avete girato il mondo. Quali Paesi avete visitato? Cosa vi guida nella scelta delle vostre destinazioni e perché avete scelto la Toscana?
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Drawing and performing live, con i Twin Tones,
 Centro Cultural de España en México, Città del Messico.
E: Girato il mondo è eccessivo, diciamo che proviamo a farlo. Più che scelta di un luogo esatto, spesso si tratta di stare nel flusso. A volte sono stati festival o gallerie o lavori ad averci invitato, come nel caso di Nova a San Paolo, o di Matera, Parigi, Milano, Roma, Barcellona. Altre volte abbiamo scelto noi, come in Messico. Fino ad ora il viaggio per eccellenza, diversi mesi per spostarci e vivere situazioni attraverso il Paese, e iniziammo bene con una mostra a Città del Messico. La galleria della curatrice Clarisa Moura e dell’illustratore Dr. Alderete. Passando i giorni con loro e conoscendoci abbiamo trovato degli amici, con un sacco di aspetti in comune. Sembravano il nostro alter ego messicano d’origine argentino. Negli anni abbiamo continuato a lavorare insieme e c’è ancora un filo invisibile e indivisibile che ci lega. Insieme un paio d’anni fa abbiamo portato il nostro Festival sul disegno dal vivo a Città del Messico e Oaxaca, insieme abbiamo fatto pubblicazioni, mostre e concerti e anche dei viaggi come a Marsiglia e Aix-en-Provence. Viaggiare e stare in un mood aperto ci ha portato spesso a situazioni fantastiche. Invece la Toscana… dopo Roma, in Toscana ci siamo tornati per motivi pratici, prima per un Festival che organizzavo al mio paese, Crespina in provincia di Pisa, poi per mia nonna e poi perché ho una casa che ci piace molto. Per adesso siamo qua, ma viviamo sempre la situazione come temporanea. Siamo sempre pronti a partire.
D: Ma ti ricordi il cous cous algerino a Marsiglia? Il tacos al pastor la prima notte a Città del Messico? Il sushi a Parigi? La ricetta del pancotto per la Galleria Civica di Viareggio? Devo ricordarmi di mettere in programma un libro di cucina… certo prima c’è da ripartire e girare un bel po’ d’altro mondo direi.  Libro, libro, libro… sarà il quarto: Punkie Totalista e Animal Collective nel 2008, la bibbia di Fupete il prossimo anno… ops, ho svelato a cosa stiamo lavorando. Cancella cancella cancella.
E: Ma non avevamo detto che era un segreto? Certo non riesci mai a stare zitto!

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Infinito Teso, installazione, 
MIS, Museo dell’immagine e del suono,
 San Paolo, Brasile

Molti livornesi spesso vivono un rapporto conflittuale con la propria città, ma non riescono a starle lontani, attirati come una calamita. Daniele qual è il tuo rapporto con Livorno, come l’hai vissuta e come la vivi ora?
D: Livorno è mio nonno che ride, puzza di vernice a olio, dice parolacce e si veste da vecchia. È i quadri di Renato Natali. È il nuoto, il surf e la torta del Sighieri. È un doppiaggio di Rocky e Adriana sul mare. È l’eroina negli anni ‘80. È Vittorio un amico comunista che non c’è più. L’ho vissuta da balbuziente, da innamorato, da giovane politico, da fricchettone in formazione. La vivo poco ora, da lontano, al mare o quando ci sono occasioni di riunire la famiglia sparsa tra Ovosodo e il mondo.

Qual è secondo il tuo parere il valore e importanza che Livorno dà all’arte? Cosa miglioreresti e come?
D: Non lo so, sono via da troppo tempo, cresciuto professionalmente altrove e nipote di un allievo macchiaiolo. Da una parte straniero in esilio volontario, dall’altra quindi troppo coinvolto nella storia. A pelle, parlando con amici, mi sembra che le capacità di scegliere e progettare siano spesso delegate a singoli di buona volontà. Secondo me l’arte ha bisogno dell’investire d’una società intera. Vale per Livorno ma vale per ogni dove: essere consapevoli che si investe in cultura e formazione culturale, in artisti da una parte, nell’educazione al fruire l’arte dall’altra, o tanto vale alzar bandiera bianca e chiuder la baracca, abdicare andare per boschi a cacciar lepri coi pennelli. Investire. Suggerirei per esempio nelle diversità. Per portare artisti da ogni dove a lavorare sul territorio, con continuità e con obiettivi alti di confronto con gli spazi, le risorse e le comunità, con spirito ed educazione all’apertura, alle idee e all’invenzione. Farlo per esempio mirato agli artisti del bacino del Mediterraneo, facendoli lavorare sulle migrazioni degli invincibili — per citare Erri De Luca — sarebbe un progetto che io vorrei vedere. La città che si ricorda figlia delle leggi libertarie che le han dato forma, tinte, abbronzature e facce tanto varie e belle e crea occasioni di creare cultura meticcia. E poi spedire giovani artisti locali lontano, a studiare. Borse di studio per i ventenni, occasioni di confronto per gli altri, vino per tutti.
Fupete & Officina Ombra, PAC180

E: Sproloqui suoi a parte sono diversi anni che siamo tornati in Toscana, ma siamo sempre troppo concentrati sui progetti da realizzare e sui lavori da consegnare. La realtà locale la guardiamo con la coda dell’occhio. Abbiamo partecipato con piacere a piccole cose qui e là quasi sempre perché invitati da amici: Loris del Festival Collinarea a Lari, Riccardo Bargellini del PAC180 Parco d’Arte
Contemporanea al Centro Basaglia a Livorno, Carlo Galli di Laboratorio 21 a Viareggio. Penso che la realtà locale di Livorno e delle città vicine sia più o meno la stessa: sull’arte contemporanea non si investe. Qualche tempo fa ho sentito parlare dei 20.000 euro del Pecci a Livorno come se fossero una cifra incredibile per riattivare il lavoro sul contemporaneo. Cifre del genere a me fanno pensare per gli addetti ai lavori un sacco di lavoro sottopagato o gratuito.

Tu Erika, da “esterna” come descriveresti Livorno con tre aggettivi?
E: La definirei vanitosa, local, gialla.

La nostra domanda di rito: il vostro progetto mai realizzato?
E: Il prossimo! Ma in realtà non ne abbiamo. Abbiamo dei sogni da realizzare, ma per adesso non ci abbiamo mai lavorato come se fossero progetti. Siamo in una fase di grosso cambiamento e non abbiamo ancora le idee chiare.
D: Come non ne abbiamo? E la bibbia? Le balene? Vieni a casa, dobbiamo parlare.

Cosa consigliate a un giovane che come voi vuole vivere della sua passione artistica facendone un lavoro a tempo pieno? È necessario abbandonare la propria casa, per rincorrere il sogno nelle grandi città?
E: Ai giovani, e con questo termine mi riferisco ai ventenni, consiglio sicuramente di lasciare la propria casa, ma soprattutto di seguire le proprie intuizioni e di scommettere su qualcosa; non credo ci sia un modello univoco da seguire. Non ascoltate quelli che vi dicono che prima era meglio. Che poi questo prima chissà quando è, mai che si riferissero ad un anno preciso…
D: Te li do io tre anni precisi: 1968 Woodstock, 1976 Punk, 2001 Odissea nello spazio. Prima si stava meglio! Ventenni ascoltate me: non rincorrete niente e nessuno, sognate e andate al diavolo, si viene pure noi a fare un giro!
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Him, acrilico su tela, collezione dell’artista

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