Dialogo con l’architetto Francesco Tomassi e la sua pittura

Immersi nella quotidianità cittadina, siamo abituati ormai a vivere la città passivamente, senza alzar la testa, senza notare le mille sfaccettature che invece la compongono. Ad esempio, quanti di noi si soffermano ad osservare con attenzione i palazzi e le costruzioni che la connotano e ne plasmano la faccia? Diciamolo onestamente, al massimo queste attenzioni le riserviamo a quelle strutture e a quei monumenti che conosciamo attraverso libri o per sentito dire, di indiscutibile pregio e fama. Parafrasando Saramago, capita spesso che non facciamo domande, e così succede che nemmeno ci chiediamo chi ha pensato e progettato gli edifici che noi viviamo. Chi sono questi uomini?
L’ architetto Francesco Tomassi è uno di questi, uno che nella sua lunga attività ha lasciato molte tracce di sé nel tessuto urbanistico di diverse città, fra cui Livorno.

Nato a Viterbo nel 1934, si trasferisce in Toscana formandosi tra Pisa e Firenze, ed è proprio in questa Regione che svolge la sua intensa attività, progettando diversi edifici tra cui il nuovo ospedale di Cisanello, il palazzo dei Congressi di Pisa, la cittadella del Carnevale di Viareggio, e a Livorno anche l’ampliamento del Cimitero della Misericordia.
Francesco Tomassi non è solamente un architetto, ma è anche pittore affermato, di cui hanno scritto critici importanti come Garboli e Settis. Dopo lunghi anni trascorsi a Livorno, ora si è trasferito a Vecchiano, ed è lì che ci sta aspettando.

Arriviamo in macchina una calda mattina d’estate, con qualche difficoltà seguiamo le indicazioni dateci destreggiandoci fra le stradine della campagna bruciata dal sole. Se ci immaginavamo di trovar una rustica abitazione tipica della zona, abbiamo avuto una grande sorpresa. Un alto muro verde nasconde l’edificio, una villetta ‘moderna’ immersa in un rigoglioso giardino disseminato di sculture. Tomassi però non ci riceve in casa, bensì nello splendido studio vetrato, una sorta di giardino d’inverno che si è costruito in giardino dove ha spostato tutta la sua attività. Dentro in mostra su tutte le pareti senza soluzione di continuità quadri, modelli, fotografie, rendering, tutto quanto ci parla del suo grande lavoro.
A lui, come a voi, anticipiamo che per quanto riguarda le domande d’architettura sarà Silvia a rivestire il ruolo dell’intervistatrice, mentre per la pittura sarò io lo sciagurato e poco garbato intervistatore (Jacopo).

Come e quando ha deciso cosa fare da grande? È nata prima l’idea di ‘macchiare’ tele o di tirar su palazzi?

Mio zio, Renato Tomassi, fu un importante pittore per l’alta nobiltà europea, mentre mio padre era ingegnere e lavorava al genio civile, quindi, quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande, io rispondevo pittore-ingegnere-architetto. E nell’ordine li ho fatti.
Non ho potuto fare l’architetto subito, perchè a Pisa non c’era; venni informato di un concorso al Pacinotti in Piazza dei Cavalieri, divenuta poi Scuola Sant’Anna. Io, modestamente, in matematica ero davvero portato, svolgevo calcoli molto complicati a mente, senza sapere bene come ci riuscissi, un talento innato. Entrai a ingegneria, ma con l’amore sempre per la pittura. Nel contempo mi avvicinai con grande passione all’architettura, quest’arte bellissima che mi ha levato molte soddisfazioni. L’unica possibilità di incontro con la gente è con l’architettura, poiché riesce a metterti in contatto con tutto il mondo. Dovetti rinunciare ben presto alla pittura come mia principale attività, quando a vent’anni ebbi contatti con una galleria, che subito mi fece capire la mole di impegno a cui andavo incontro, richiedendomi un certo numero di quadri, di un certo formato, un impegno mensile che non avrei potuto coniugare con gli studi. Poi dal 2013, ho preso coscienza di quello che voglio trasmette a chi guarderà i quadri che ho fatto, in questo periodo sono contento. Vedo che riesco a fare cose che prima non mi riuscivano, come se ci fosse una chiarezza di idee assecondata da una migliore e più collaudata tecnica pittorica.

Tornando a parlare di pittura, mi pare di capire che l’amore in lei per questa sia nato molto presto. Sbaglio?

Ho guardato moltissimo la pittura toscana, già da studente di liceo, sabato e domenica con pochi soldi si andava con treni di legno economici a Firenze a vedere la grande pittura fiorentina
Due pittori che mi piacevano Masaccio e Beato Angelico. Anche se sono pittori molto diversi, ma li accomuna una onestà e una chiarezza di composizione incredibile.
Nella cappella Brancacci non ci andava nessuno così come San Marco, e io invece ci andavo spesso. Giotto mi colpiva meno.
Da subito amai Masaccio, all’inizio non sapevo perché, forse, ma l’ho capito solo dopo perché secondo me il meno religioso, le sue figure non hanno una coroncina in testa, figure vere, solide, genuine anche comuniste.
Io son stato comunista, ma non con gli occhi bendati, a modo mio e in certe ore del giorno sono stato anche religioso, mi piace ad esempio andare a Montenero ad accendere un cero. Invito tutti a fare quello che più ci far star bene.

Nonostante dipinga da anni e comunque abbia esposto in alcune mostre, fra cui quella al Museo San Matteo di Pisa, che ricordiamo con piacere come prima mostra di contemporaneo mai tenuta nell’ex convento, mi sembra di capire che abbia sempre lasciato questa sua passione subordinata all’architettura, almeno per quanto riguarda l’aspetto pubblico. Mi spiego meglio, non mi pare abbia mai avuto la smania dell’esposizione. Come mai, cosa rappresenta per lei la pittura? La pratica solo come suo esercizio intimistico?


Chiari i motivi non li ho. La pittura non è qualcosa che uno la fa per sé, certo puoi farla senza l’intento di guadagnarci, ma la fai per farla vedere, proprio come gli sforzi di un attore che vuole fare vedere la sua arte ad un pubblico.
Il cambiamento mio comunque è del 2013, da quel momento subordino molto l’architettura alla pittura. Però rifletto, le mostre hanno senso? Io ho fatto 3 o 4 mostre, fra quali al Museo San Matteo nel 2007, è venuta molta gente e mi ha fatto piacere che molti sono venuti a conoscere anche grazie alla mia opera il San Matteo, un museo straordinario, poco conosciuto. Se è servito son contento.

Metafisico, surrealista, espressionista, dovendo prestarmi al futile gioco di inquadrarla con una rigida etichetta, confesso che farei fatica. Pertanto preferisco chiederle quale artista ha lasciato qualcosa nella sua arte, c’è un periodo della storia dell’arte da cui trae maggior ispirazione?

Avverto prima instintivamente, ora con più coscienza, una modifica del mondo fisico, che corrisponde a una modifica del nostro essere, perchè ovviamente vivendo in un mondo diverso divento diverso anche io. Questa rappresentazione, questa narrazione è quella che mi interessa fare, come farla, il linguaggio lo vorrei molto pittorico, grande pittura, che si traduce in una qualità espressiva del quadro, vorrei e spero che venga da quanto detto prima, i grandi maestri toscani visti tanti anni fa, ma anche Tiziano, attraverso poi tutta la conoscenza del Fattori eccetera. Non mi vedo catapultato, ma direi che sono in prosecuzione di questa pittura che mi sento italiano, io penso di avere dentro la cultura del ‘900 italiano, certo anche con la conoscenza dei grandi quadri di Picasso alcuni Gauguin, i suoi quadri ci portano in luoghi esotici ma mai turistici, la rappresentazione di un uomo che vive in una libertà e in una condizione diversa, da l’idea di poterla raggiungere, grande pittore.
30 anni fa facevo personaggi con tatuaggi e la gente mi diceva sei fissato, e ora si tatuano tutti. Poi facevo quadri con piccoli rifiuti e paesaggi avvelentati, ora è venuta Gomorra, la Terra dei Fuochi e tutte queste cose qui. Ma il problema dei rifiuti ormai sarà sempre di questo mondo, inevitabile, un paesaggio inevitabile, dipingere Arcadia o paesaggi agresti sarebbe pazzia per me. Quello che voglio è rappresentare questo mondo contemporaneo, che poi diventerà futuro, in una linguaggio comprensibile, italiano. Non mi interessa il Contemporaneo, inteso come quel ciarpame finto, che viene da quella nazione deleteria che è per la cultura l’America, tutta quella esposizione gratuita di sessualità di umori ed escrementi. Tutto finto non ci sono più i maestri, che prendono idee chee ripropongono nella quotidianità.
Come ho detto, ho dei riferimenti, ma spero di essere in un proseguio e quindi di non essere fermo in un punto. Non vedo un mondo surrealista, né metafisico. No, non vedo un mondo diverso di cui parla De Chirico, così come non vedo un mondo religioso. Vedo un uomo coraggioso che affronta una vita triste e dura, perchè la vita è sempre come una forza autonoma. Per questo mi piace Masaccio, l’idea di due esseri scacciati dal paradiso che affrontano la vita con quella grande dignità.

Di Livorno qualcosa è rimasto?

Non ci ho mai pensato, a me piace molto Fattori, gli orizzonti, la fatica, ma sarebbe stato molto più bravo oltre che affermato se non avesse abitato in Italia. Non credo che se io mi fossi dovuto incontrare solo con i pittori livornesi ne avrei beneficiato, teorie e stilemi vecchi e obsoleti, che non mi interessano, a me interessa di parlare del mondo attuale, con la mia libertà.
Però nei miei quadri c’è spesso il mare, le navi, traghetti, può essere che Livorno abbia lasciato qualcosa anche sulla mia pittura.

Dopo i suoi grandi incarichi che ne pensa dei 3 grandi progetti realizzati a Livorno grazie ai finanziamenti del PIUSS? Qual è il suo parere verso l’uso architettonico che ne è stato fatto?


Tutti e tre uno peggio dell’altro, ma partiamo da quello che più è evidente.
Partiamo dalla Dogana d’acqua, un edificio dalla qualità medio bassa e l’elemento che è stato costruito rispecchia un’ambientazione di una periferia squallida. Non si capisce bene poi oggi quale funzione avrà… è tutto un mettere sotto il nome di ‘incubatore’ e in effetti dalla forma mi pare che abbiano preso alla lettera l’oggetto sembra davvero una serra… e in più che bisogno c’era di creare lì un incubatore di idee? Altra premessa da fare ma chi ha scelto il progetto? Si era partiti da un concorso di idee anche ben remunerato stranamente senza però poi scegliere quel progetto che in ogni caso, anche se ricordo male, non mi fece impazzire. E senza neppure una partecipazione su larga scala di grandi nomi ecco poteva essere una buona occasione per Livorno.
Scoglio della regina: anni fa si offrirono la famiglia Neri quelli dei rimorchiatori a sistemarlo e fecero un progetto di ristrutturazione come museo del salvataggio e ci poteva anche stare. Ma nel restauro di oggi non si è capito proprio l’edificio e si è persa la sua valenza metafisica che ormai aveva acquisito con il tempo e con la sopravvivenza al mare e al vento. Era diventato quello che il tempo aveva consolidato ora la parte che è nuova sempre più vecchia dell’antica da quanto quell’intonaco è nuovo..! Ecco per me aveva tutto un suo fascino prima… inoltre se non ricordo male il bando non prevedeva un aumento di volume…
Luogo Pio: Circa la piazza del luogo Pio si comprende che è un non finito e qui si vede come di tre cose non ne sia stata fatta bene una. Non siamo stati in grado di concentrare in un unico punto i soldi e farlo bene. Inoltre conterrà il Museo della Città oppure sarà un ennesimo deposito di opere? Speriamo che prendano spunto dal Museo della città di Bologna quello è davvero fatto bene… ma ci hanno speso parecchi soldi…
Infatti lo sbaglio che accomuna tutti e tre i progetti è sicuramente la mancanza di una giusta impostazione tecnica da parte degli uffici competenti e anche soprattutto la mancanza di una committenza illuminata che sappia decidere vedere al meglio ciò che è bello per una città. In questi tre edifici vediamo il crollo della qualità degli interventi pubblici da Lamberti a Cosimi. Così questi progetti finanziati tramite il PIUSS non sono altro che frutto di troppi anni in cui sono passati cambi di direzione tecnica e poi concorsi su concorsi, andando a svantaggio di tutta quanta la comunità.

Che ne pensa circa la revisione del piano strutturale della città di Livorno?

Non ho ben presente le nuove proposte di modifica ma spero che non si verifichino gli errori come nel caso del sottopassaggio-sopraelevato davanti alle Terme del Corallo. Lì si fecero grandi idee di opere di urbanizzazione impegnative, ma erano opere troppo assurde per essere realizzate senza un senso conoscitivo del problema. Anche qui penso che si debba tenere di conto dell’importanza che ci sia sempre una committenza che sappia di che cosa si parla. Alla fin fine è il sindaco che decide le sorti di una città ed è lecito che sia in grado di essere il committente più in grado di rendersi conto delle sorti della città. Per questo io sarei d’accordo a fare sempre concorsi ad inviti sempre con una committenza ben precisa. Questi miei pensieri sono frutto di anni passati in commissione (paesaggistica) e devo dire che il vuoto che c’è oggi è colpa di una committenza senza cultura.

Circa le sue realizzazioni a Livorno quale complesso ricorda con più affetto?

In particolare sono tre di tre periodi diversi della mia vita. il primo degli anni ’68-’71 il Palazzo di Via degli avvalorati in cui ho vissuto anche per molti anni, ma in un primo momento non fu molto capito; poi le residenze in zona Coteto quelle colorate di verde che mi mettono molta allegria, non mi piace il grigiume della città e così ho pensato che fosse lo stesso per chi le abitava; infine il mio ultimo intervento l’ampliamento del cimitero della Misericordia in cui ho voluto rendere più vicina il tema della morte e secondo un concetto diverso non di isolamento come se fosse un lazzaretto ma con l’intento di rendere il luogo più umano e sentito.

Ulrich Olbrist afferma che nei molti incontri con gli artisti, svolge sempre delle interviste, ponendo ogni volta una domanda che reputa fondamentale per conoscere un artista, per tale motivo, anche a me piacerebbe porla a lei : quale progetto non è riuscito ancora a realizzare?

Il mio nuovo intento è quello di far vedere i miei quadri, al maggior numero di persone, prima le mostre me le imponevano, ora sento l’esigenza di far vedere i miei quadri. E mi sembra che ci sia anche interesse per la mia pittura. Ecco, penso che un progetto che vorrei realizzare è una mostra in un posto frequentato dai giovani, o da persone di mente aperta, il titolo sarebbe “un cielo italiano sopra la terra dei fuochi”.


Ringraziamo moltissimo l’architetto Tomassi per la sua disponibilità e gentilezza e vi rimandiamo a questo link per chi volesse vedere tutte le immagini.

Ako e Silvia Bontà

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